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LONG DISTANCE MOUNTAIN RUNNING WORLD CHAMPIONSHIPS 2015 - ZERMATT (SVI)

Sottotitolo: 
La prima volta in azzurro di Francesco Puppi....

Redazione
15/7/2015
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francesco puppi
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Per chi cresce con una sana passione sportiva la nazionale è un sogno, quasi un lontano miraggio. La prima gara in azzurro ha un sapore speciale, perché quella canotta sa sprigionare forti emozioni...

A chi biasima i giovani d'oggi perché privi di valori e di ideali. Ecco una buona lettura. Ecco l'esempio di un ragazzo mosso da una sana passione sportiva. Un ragazzo che sa coniugare un'eccellente carriera scolastica ad eccellenti performance. Un ragazzo semplice, spontaneo e brillante che alla sua prima maratona alpina ha saputo correre con la testa, le  gambe e il cuore onorando al meglio quella divisa azzurra che per molti, moltissimi runner è e resterà un sogno. Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Francesco. Una lettera nelle quali rivive a distanza di giorni tutte le emozioni di un esordio memorabile. Un esordio azzurro che lo ha visto conquistare un bronzo assoluto e un oro a squadre....

 

 

Sono seduto nella sala studio della biblioteca di Como in uno di quei pomeriggi in cui il cielo di luglio sembra non avere colore. Sono appena uscito dalla piscina olimpionica comunale dove ho trascorso una piacevole ora in stile libero insieme a Gloria, e ho in programma il ripasso di astronomia per un esame che sono giorni che dico “tra un paio di settimane mi iscriverò..”, ma le settimane restano sempre due. Anche oggi fatico a trovare la concentrazione, come d'altra parte in ognuno dei giorni da quando sono tornato. Già, tornato. Tornato da dove? Zermatt Marathon 2015, WMRA World Long Distance Mountain Running Championship: 42,195km, 1944m D+, 444m D-, July 4th, 2015. Numeri e parole importanti, ma ancor di più lo sono i ricordi, le idee, le linee tracciate all'ombra del Cervino. “Succede forse che da giorni penso a quel giorno. Quale giorno? Non uno in particolare ma tanti, in particolare.

 

Tutti quelli che hai corso e percorso, anche quelli senza correre - nonostante non siano molti. Ho già iniziato a dormirci su - e quindi a non dormire - al 4 luglio. Dopodomani. E questo è un giorno di quelli a cui penso tanto perché farai una gara che forse sognavi da tutta la vita. La prima maratona, un po' strana, e con un completo azzurro con scritto da qualche parte 'Italia'. Quella dei fratelli.... che nonostante sia un po' scassata da tanti punti di vista, rappresenta pur sempre una importante convenzione di riferimento socio-cultural-politic- economic-pedagocic-o-sportivo.....” Da quando sono tornato vorrei riuscire a condensare in parole qualche emozione e immagine di quel giorno che resterà sempre con me, ma semplicemente mi sembra di non essere in grado di radunare sufficienti energie e concentrazione per farlo. O forse non c'è davvero molto da dire. Prima di partire scrissi un messaggio a Tito, il mio allenatore, durante l'interminabile viaggio in auto da Sestriere a Zermatt, che mi sarebbe piaciuto riuscire a correre questi campionati mondiali, la mia prima maratona, allo stesso modo in cui a tredici anni corsi la mia prima mezza: sentire il ritmo, la concentrazione, l'economicità del gesto; sapere esattamente quante energie poter dare in ogni momento della gara. “Credo che ci riuscirò”.

 

 

La sera prima della gara, dopo il battesimo per la prima maglia azzurra con tanto di taglio di capelli e lavaggio a base di olio per massaggi, condimento per insalata e mousse alla pesca, vado a dormire sereno. Non ho bottigliette da preparare, non sapevo nemmeno dell'esistenza di miracolose polverine al magnesio o al potassio, che forse starebbero meglio nel laboratorio di chimica del mio ex liceo. Sono stanco, anche un po' teso. Per la maggior parte del tempo ho preferito starmene un po' defilato dagli altri ad ascoltare musica dall'ipod; qualcuno si è accorto della mia scarsa presenza e mi chiede se stia bene. In queste situazioni si è talmente attenti alle sensazioni e ai segnali che il corpo ci manda che sembra impossibile poter trovare un equilibrio psicofisico accettabile per affrontare una prova così impegnativa e importante. I giorni precedenti sono stati per me un crescendo di condizione fisica e, segretamente, emotiva: dalle difficoltà della settimana precedente, quando con fatica non ero riuscito a portare a termine uno degli ultimi allenamenti importanti in programma, alla leggerezza dell'ultimo fartlek in valle Argentera con i gemelli, Xavi e Alex, all'energia del pre-gara lungo la Vispa, il torrente che attraversa Zermatt, impetuoso con le sue acque glaciali. Di questo ne sono consapevole.

 

Però la maratona, la prima maratona, con tutti i dubbi e gli interrogativi che porta con sé, le variabili assolutamente non trascurabili del dislivello, della quota, del terreno. Fanno un po' paura, ma mi addormento all'istante tra le coperte ruvide del letto a castello per riaprire gli occhi la mattina seguente, interrompendo un sogno che stranamente ricordo ancora. La sveglia è alle 5:20, per avere tutto il tempo di fare colazione con calma, sistemare zaino e vestiti e andare alla partenza. Ognuno vive il pre- gara in maniera diversa e molto personale, e io mi diverto a osservare i piccoli riti, i gesti e gli sguardi dei miei compagni sul treno che ci porta a St. Niklaus, dove è previsto lo start per le 8:30. Sono vicino a Gloria, perchè è bello sostenersi a vicenda e sorridere spesso insieme. A destinazione troviamo subito Fabio e Marisa, fratello e mamma di Gloria, mia sorella Sofia e mio papà. Dopo due settimane di assenza rivederli è intenso, e chissà che effetto gli provoca vederci vestiti di azzurro!Poco più tardi incontro anche le mie zie Carlotta e Giudi, con Doriano, mia mamma e mia sorella Marta. Riscaldamento: 300m di corsa sul rettilineo di partenza. Siamo io, Fabio e Gloria, come ogni sabato mattina a casa per un pre-gara o un'oretta di lento insieme. Sempre uguale a mai.

 

 

 

 

Parto accanto a Tommi, insieme a Rambo, mentre Gerd e Massimo sono già più avanti nel gruppo di testa, guidato dal drappello di keniani e dall'americano Andy Wacker. I primi chilometri scivolano via veloci e facili, il percorso è prevalentemente su strada fino al quindicesimo, con qualche tratto campestre o su sterrato, piuttosto ondulato. Saluto la mia famiglia appostata verso il km 5; non salto alcun rifornimento, anche se per ora mi limito a bere acqua e a rinfrescarmi con le spugne triangolari messe a disposizione a ogni ristoro. La strada sale, ma non è una salita regolare come mi aspettavo, bensì a strappi e balze. Ho un piccolo momento di difficoltà dopo il 15° km, quando per alcuni minuti mi accompagna un fastidioso mal di fegato. Poi per fortuna inizia una salita piuttosto dura, sebbene breve, su sentiero: mi concentro sul percorso e sulla massima facilità di corsa e tutto passa velocemente. Sono in pieno controllo della gara e mi sento a posto. Sto correndo al mio ritmo, senza lasciarmi condizionare dagli altri e le sensazioni sono quasi esattamente quelle che desideravo. Trovo molto divertente e scorrevole il tratto leggermente tecnico di singletrack prima di entrare a Zermatt. Forse anche per questo, rilassando i muscoli e correndo il più agilmente possibile, riesco a recuperare terreno sugli atleti davanti, transitando al km 20,4 (500m D+) dove è posto il rilevamento cronometrico in 1h19'54'', in quindicesima posizione a pochi secondi da Tommi e Gerd: perfetto.

 

Si entra nel vivo della competizione, la parte più spettacolare e dura del percorso: dopo un rapido anello attorno al centro del paese, si sale in alta montagna per coprire gli oltre 1400m di dislivello positivo rimanenti in poco meno di 20km. Durante un breve tratto di discesa sterrata lascio andare le gambe e affianco Tommi: il tempo di chiedergli come sta; osservo rapidamente il suo viso e le mani, è concentrato...poi lascio che vada, incontro a un'ascesa mondiale e alle sue vette iridate. Tito mi attende al ristoro del 24° km e mi porge un gel ai frutti esotici: è la prima volta che ne provo uno, poco male: uno shot di energia dal gusto alquanto chimico di carboidrati semplici che vengono facilmente assorbiti dal mio stomaco, accompagnati da un po' d'acqua. Inizia la salita vera, su strada sterrata che si snoda tortuosa nei boschi di abeti e larici sovrastanti il fondovalle. Proseguo a buon ritmo ma senza forzare fino all'alpeggio di Sunnegga, 2200m, dove è posto il secondo rilevamento cronometrico. Supero diversi atleti: mi rendo conto di avere ancora relativa facilità di corsa in confronto a molti, e l'entusiasmo sale ancor di più quando passo Mitja Kosovelj, lo sloveno campione del mondo 2013. Poco dopo, a Sunnegga, Tito, dalla voce strozzata per l'emozione, mi incita e mi passa al volo il secondo gel: altro brand e diverso gusto, ma la sostanza cambia poco. “Vai Puppinho cristo, sesto a 20'' dal quinto!” Inizia qui il tratto più divertente e spettacolare della gara: un saliscendi in alta quota in cui si attraversano pietraie, boschi di larici e pini cembri, radure e prati, un paesaggio vario che scorre rapidamente davanti ai miei occhi lucidi in discesa e concentrati nelle salite.

 

Osservando le classifiche a posteriori, realizzo di aver corso davvero forte facendo segnare il secondo parziale a soli 2'' da Tommi. In discesa passo facilmente il bulgaro Mustafa Shaban Aliosman, che giungerà quarto sul traguardo di Riffelberg. In pochi minuti recupero le centinaia di metri che mi separano dal compagno di squadra Massimo Mei, che raggiungo in un tratto di sentiero leggermente tecnico in cui si attraversano un paio di torrenti. Poi proseguo da solo, senza voltarmi, incontro all'anfiteatro alpino che ospita questa giornata pazzesca. La mente non collabora con l'esterno: è concentrata esclusivamente su quanto è necessario sentire dentro di me.

 

 

 

Nulla è superfluo, non ci sono interferenze, è un'equilibrio nel quale il corpo conosce esattamente la sua posizione all'interno di un organismo più grande fatto di sentieri, rocce, neve, prati: è una simbiosi, una sinestesia reale su ampia scala che mi fa sentire parte di un abbraccio naturale e vivo, primordiale e intenso. Riffelalp giunge in fretta: si attraversa la cremagliera che porta ai 3000m di Gornergrat, si sale una scaletta di acciaio che immette sul sentiero principale e si incrocia il penultimo ristoro posto tra il rifugio e la stazione del trenino. A quel punto sono quarto, Fabrizio Anselmo e Eugenio Frangi mi chiedono se va tutto bene e mi avvisano del keniano in leggera crisi transitato un paio di minuti prima davanti a loro: ma ora non ci penso, mi serve solamente un po' d'acqua per affrontare gli ultimi 20' di gara. La salita punta dritta verso la montagna: l'attacco è feroce, arduo, si guadagna rapidamente quota e già si incomincia a scorgere il rifugio di Riffelberg dove è posto l'arrivo a 2582m di quota. Un'ultimo piacevole incontro capita proprio in questa ascesa: è Gabriele Beltrami, marito di Catherine Bertone, amico e compagno di qualche allenamento nei giorni trascorsi a Sestriere, chissà cosa gli passa per la mente in questo momento.

 

Penso a Gloria, alla sua gara, ai sentieri che sta affrontando, e desidero ardentemente che sia il più vicino possibile a me. Il percorso disegna un'ampia curva per arrivare a costeggiare la ferrovia sull'ultimo tratto di salita: un paio di chilometri sotto sole, in cui è possibile controllare lo svolgimento della gara sia davanti che dietro. Non sono del tutto sorpreso di vedere Tommi un paio di minuti avanti a me: ciò che mi colpisce, mentre riesco ad essere ancora lucido, è la presenza di una maglia bianca a pochi metri da lui. Dev'essere l'americano Andy Wacker, che ha coraggiosamente condotto una gara d'attacco fin dai primi chilometri, affiancando i keniani e facendo selezione sulla salita verso Sunnegga.

 

 

 

 

 

È questo che ancora non riesco a realizzare: Tommi sta vincendo un campionato del mondo. E vincerlo, in questo momento, non è più difficile che vederlo affiancare il giovane Andy, che alterna tratti di corsa ad altri di cammino, e staccarlo con falcate potenti, sicure, straordinariamente reali. Pelle d'oca. Una grande sorpresa è invece accorgersi del campione keniano Paul Maticha Michieka, recordman del percorso, in difficoltà a un niente davanti a me. E come nel caso di Tommi, anche per me è altrettanto facile superare il mio avversario e proseguire dopo avere alzato gli occhi verso di lui, il suo volto segnato dalla fatica, che sembra provenire da una storia molto più lontana e importante di questa gara, non posso dimenticarlo. Papà racconta di avermi visto con il binocolo sbucare da lontano. Non poteva credere che fossi io. Affronto l'ultima rampa e le sue pendenze crudeli con la forza di braccia e il tifo della folla assiepata. Sento l'energia crescere, invece che abbandonarmi; transito sotto il gonfiabile Mizuno che segna il termine della salita: manca poco meno di un chilometro all'arrivo e rilasso le spalle prima di percorrere l'ampia curva che si nasconde dietro una morena erbosa per poi tornare indietro, in discesa, e imboccare il tappeto rosso della vittoria.

 

 

 

Non ho il tempo di vedere Tommi diventare campione del mondo, 2'23'' prima di me. Non mi accorgo nemmeno di Andy, che mi precede di soli 24''. L'arrivo è tutto mio, folle, enorme, potente. 3h04'14''. Poi sono mani che mi stringono, sorelle emozionate, l'abbraccio con Tommi, il boccale di birra da sei litri che a stento riesco a tenere in mano, le bottigliette d'acqua, Max che completa un successo di squadra sognato e fortemente cercato con il suo quinto posto, Gerd e Rambo solidissimi (ottavo e dodicesimo rispettivamente), Tito che arriva di corsa portando una bicicletta sulle spalle e quasi mi travolge, in lacrime, “cosa avete fatto!”, lo zaino e i miei vestiti dispersi nel prato, l'uomo dell'antidoping che mi insegue dappertutto anche se io voglio vedere i miei compagni, aspettarli, incitarli. Martina Strahl vince tra le donne in uno stratosferico 3h21'38'', record del percorso, tempo che sarebbe stato sufficiente ad entrare nei primi 20 assoluti maschili. Catherine arriva terza, stringendo i denti più forte del dolore alla bandelletta ileo-tibiale che la affligge, portando all'arrivo una corona di fiori verdi, bianchi e rossi.

 

Poco dopo si susseguono Ivana Iozzia, settima, leggermente in crisi sul finale, e Francesca Iachemet, un nono posto liberatorio. Mi siedo sull'erba per aspettare Gloria, ma non devo attendere molto per vederla sbucare in cima alla salita, sorridere ancora, afferrare una bandierina italiana dalle mani di mamma Marisa. Non so se sono più emozionato io o lei. I nostri sguardi si incrociano rapidamente, poi corro verso la finish line per vederla vincere la sua personalissima maratona in 3h47'04'', dodicesima, come me alla sua prima maglia azzurra e al suo primo campionato del mondo. Il nostro abbraccio dopo l'arrivo è l'unica cosa che sognavo di questo mondiale, insieme a riuscire a portare a termine la gara, quell'emozione, sentimento unico di avercela fatta: il 26 giugno scrissi “già penso a quell'abbraccio sudato e profondo, forte e unico che ci daremo lassù..”. In questa giornata ci sono anche il podio, i fiori, e si, l'inno e le medaglie. La fatica dopo la gara, il ritorno a Zermatt, una doccia che non dimenticherò mai, i mille messaggi che trovo su facebook e sul telefono quando rientriamo in ostello. Quello grande, di Xavi: “Vivete al massimo questa giornata che il destino vi ha concesso...Una volta indossata questa canotta tutto viene mescolato...e si inizia a sognare. Alla grande ragazzi, vi penserò”...quelli di Martin, di Paoli, di Andrea... La festa cool dopo la gara, le foto e i complimenti con gli altri atleti, la fame del post-maratona!

 

 

 

Maratona, mondiale, nazionale, olimpica.... porca bestia che parole importanti... poi so che tu sarai capace di addomesticarle a dovere per conservarne la primordiale dignità.” Un mondiale...in realtà non è molto diverso dalle altre gare, una volta che ci sei dentro. La fatica della corsa è la stessa che conosciamo bene e affrontiamo tutti i giorni. La salita è sempre ripida, le pietre dure, l'ossigeno poco, la bellezza tanta. Si è tutti molto umani, piccoli e vulnerabili in confronto alle montagne che ci apprestiamo a scalare. Sono diversi i pensieri e l'energia che si ha dentro, probabilmente: quella che viene dalla maglia, da chi è venuto a vederci, dai compagni di squadra, dalle speranze, le aspettative e le paure, dagli allenamenti, le gare, la preparazione, e tutto si compone come in un'opera d'arte, tutti i dettagli cadono al loro posto per dare ciò che è stato e che resterà nel cuore e nella mente.

 

Il Matterhorn domina altissimo sulla valle, e ancora una volta, come mi è capitato per tante altre montagne, mi basta ricordare la sua presenza, semplicemente che esiste ed è lì, per sentire quel richiamo forte, intimo, vivo che mi porta ad allacciare le scarpe, indossare dei pantaloncini e uscire a correre libero.